sabato 19 settembre 2015

Serenità o felicità


Ho corso molto... trafelato e sudato... ho studiato e lavorato al contempo... ho dormito qualche notte sotto le stelle...  ho avuto le lacrime agli occhi davanti a una vetrina di pane... Ho desiderato essere felice. 

Ho imparato a muovermi rasente ai muri guardandomi le spalle temendo agguati del destino, e a quarantacinque anni, sebbene portati con certa gagliardia, non posso che essere consapevole, che, La vita immaginata è più importante di quella che archiviamo. Ma tra la stupidità stucchevole della giovinezza e la meschina intelligenza della maturità alla fine preferisco l'ultima. 

Ecco perché alla felicità preferisco la serenità. La serenità è semplicemente la fine di un percorso. E' la capacità d'accettazione di se stessi, degli altri, della vita in se...

... E' il comprendere l'assurdità del preoccuparsi di cose di cui non si può minimamente controllare lo svolgimento. Non è altro che la positiva percezione di come ci sentiamo, male o bene che sia. 

La felicità, invece, resta quell'attimo che faustianamente vorremmo sospendere nei rari momenti che la cogliamo, e' la fuga dal tempo. Ad esempio i primi amori danno molta felicità, finchè durano, poi incazzature a iosa. 

La felicità ricordo è un concetto astratto,  è immaginazione, è qualcosa di allegramente zompettante... un'irrefrenabile voglia di urlare al mondo... incapace di fermarsi.

...NnnnAAaaaa...troppo fatica... troppo vecchio e stanco... preferisco restare nel mio status con una visione del mondo che si è fatta struttura del mio vivere, senza acmi spasmodici … mi accontento di un po' di noia (ad averne)