giovedì 13 novembre 2014

la ""religione"" del progresso



L’uomo moderno constata e ammira il progresso scientifico e tecnico, ma dubita che esso equivalga necessariamente a un progresso assoluto e senza aggettivi. Rimane ancora salda, nelle espressioni più avanzate dell’umanesimo moderno, la fiducia nel sapere scientifico e nell’operare tecnico. Ma l’ideologia del progresso, la fede nel continuo perfezionamento morale e culturale dell’uomo vengono criticate aspramente.

Il confronto inevitabile con i fatti e con le realtà, è una denuncia quotidiana del carattere illusorio e utopistico di quella pur generosa ideologia. La religione del progresso ebbe già nei secoli passati i suoi apostati, Schopenhauser, Nietzsche, per esempio. I lamenti funebri sul tramonto dell’occidente sul crollo e sulla disgregazione della nostra civiltà  e dei nostri valori sono sempre più diffusi. Esiste addirittura una letteratura sulla decadenza dei nostri tempi e sulla nuova apocalisse che incombe, basti pensare a Heidegger, o a Klagges, per finire con Gunther Andres. Come in tutti i periodi di crisi e di sgomento, attendono la fine della storia in corso e la fine dell’era presente.

Contro la pericolosa fascinazione dei neo-apocalittici, valgono le critiche che giustamente si sollevano contro ogni sorta di fatalismo o inerzia. Ne il bene ne il male, nel il progresso ne il regresso si compiono come un fato al di sopra della nostra testa. Nessun altra epoca ha mai avuto i mezzi che oggi esistono concretamente, per allontanare gli spettri del nulla e della distruzione.


Il nostro futuro dipende dalle nostre iniziative, da quell’ottimismo della volontà consapevole, che è più forte di ogni pessimismo intellettuale. Cerchiamo quindi, nelle cose piccole e grandi, nella vita quotidiana  e nei problemi più vasti, di agire fiduciosamente entro i limiti delle nostre reali possibilità, che non sono illimitate e infallibili, ma non sono nemmeno poche precarie o irrealizzabili.