mercoledì 4 maggio 2016

Lo stagista, il nuovo schiavo





Confrontandoci con il nostro tempo e la nostra società, è chiaro come negli ultimi anni, il mercato del lavoro è diventato sempre più cinico ed egoista.
Basta poco per rendersene conto, basta entrare in un qualsiasi ufficio professionale per imbattersi in tanti giovani che lavorano da stagisti o da  assistenti, senza percepire un solo euro. In barba al cosi detto Jobs Act e al lavoro sommerso.

Negli ultimi anni si è dato per scontato, che per diventare dei professionisti, oltre alla laurea con relativo esame di abilitazione, occorre trascorrere un periodo di tempo (avvolte anni) di apprendistato gratuito, nella speranza di ottenere un contratto rigorosamente a tempo determinato. Per molti giovani una tale attesa rappresenta già il raggiungimento di un obiettivo, accettando quel periodo di schiavitù come un asservimento necessario.

Tutto questo non riguarda solo gli studi professionali, ma anche una vasta gamma del mondo del lavoro, in genere è quello della formazione post-diploma. Dalle estetiste, ai parrucchieri, dall’idraulico all’elettricista, dagli studi grafici alle testate giornalistiche; c’è una terra di nessuno dove il riconoscimento minimo di un diritto è una chimera. Una realtà che si è diffusa proporzionalmente all’aggravarsi della crisi economica. Diminuendo i fatturati, cresce la tendenza di sfruttare in modo intenso soggetti a basso tasso esperienziale, disposti a qualsiasi compromesso pur di arricchire il curriculum.

Io non sono contro il lavoro gratuito, Il lavoro non remunerato non è per forza un male, ma attenzione, il lavoro gratuito inteso solo per scelta, per la visibilità, e non per necessità. D’estate quanti di voi hanno lavorato nelle strutture alberghiere, nei campi, o nei mercati, lo abbiamo fatto per scelta, non perché costretti. Ma a differenza dello stagista c’è una differenza: la retribuzione.

Venivamo pagati, poco, sicuramente. Ma quella è la fase in cui si ci fa le ossa, si fa la gavetta, e il tuo lavoro valeva poco. Però cera un impegno quotidiano che mi veniva riconosciuto. Oggi invece si fanno gli interessi delle aziende e invece di investire sui giovani, lo stato regolarizza la beneficenza alle aziende.

Oggi se il famigerato bamboccione, che secondo il Brunetta dovrebbero uscire di casa a 18 anni,  vuol lavorare, è costretto a farlo gratis, con la speranza che prima o poi venga assunto. E intanto si potrebbe chiedere alla Fornero che definì sfigati i laureati senza lavoro, se è disponibile ad offrire vitto e alloggio agli stagisti.


ma in che mondo viviamo, solitamente un’azienda dovrebbe investire sulla risorsa umana, magari con una minima retribuzione come rimborso spese, e una volta formato dovrebbe essere assunta, questo è un circolo virtuoso. Mentre da buon italiani il nostro è un circolo vizioso, non pagano e tra sei mesi cambiano stagista, come le lamette della barba “usa e getta”