martedì 13 ottobre 2015

1947 - 2015 la fine del bicameralismo


Era prevedibile che prima o poi, grazie alla  nostra “ingegneria istituzionale”, si arrivasse a sciogliere il nodo del bicameralismo perfetto, così com’era prevedibile che fosse la sinistra a voler sbancare il lunario, grazie alle sue migliori tradizioni Giacobine.

Vale innanzitutto la pena ricordare che, l’assetto bicamerale di oggi è il frutto di un accordo coatto tra la “DC”, che era favorevole ad un assemblea costituita da professori e maestri, e la Sinistra che riteneva quelle formule di dubbio carattere democratico. Il risultato fu la nascita della Camera e del Senato, che si distinguevano  unicamente per l’età degli elettori, e come già ampiamente ci hanno dimostrato sono sostanzialmente uno il doppione dell’altra.

La causa dei nostri mali sono due articoli: l’art. 138  della Costituzione che è la prima tessera del domino, quella che, se cade, cadono tutte le altre di seguito. Sostanzialmente l’articolo decreta le procedure di modifica della Carta costituzionale. Dunque, modificarlo significherebbe aprire la pista alle tanto discusse riforme. E  poi c’è l’art. 139, l’ultimo della nostra Costituzione, e fra i più brevi, ma è anche il più perentorio. Si riconduce al primo , e ne rafforza l’iniziale affermazione. L’Italia è una Repubblica ….. affermava il primo; la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale conferma l’ultimo.

Che sul piano dei sommi principi, il problema esiste, sarebbe onestamente impossibile negarlo, la Repubblica essendo democratica è fondata sulla sovranità popolare, però il nostro bicameralismo non può essere una giustificazione razionale. A ciò si aggiunge che, Camera e Senato concorrono all’esplicazione delle stesse funzioni.

Queste duplicazioni è non solo inutile, ma anche nociva, basta pensare all’assurda procedura che ogni nuovo Presidente del Consiglio (fatta eccezione per gli ultimi tre) deve fare in entrambi i rami del parlamento, e del doppio dibattito della fiducia, oppure ai lunghi patteggiamenti per il bicamerale, o infine al rimbalzare tra Montecitorio e Palazzo Madama, di leggi già approvate in una sede, vengono poi modificate, spesso ubbidendo  ad esigenze clientelari, o a veri e propri colpi di mano.

Inoltre c’è da tener presente, forse il punto più importante, e cioè una riforma di questo genere, permetterebbe di ridurre notevolmente  il numero dei rappresentanti del popolo. Riduzione che, oltre a risolvere una situazione anacronistica, farebbe risparmiare un bel po’ “euri”. Credo che ce n’è abbastanza  perché l’idea  del doppione, inutile ed ingombrante, debba cessare. 

La soluzione adottata sembra essere il modello Tedesco, dove la nuova assemblea  sarà costituita non più dai  315  senatori di oggi, ma da un gruppo di 100 personaggi politici così ripartiti: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 personalità illustri nominate dal presidente della Repubblica. Palazzo Madama avrà molti meno poteri e verrà superato il bicameralismo: innanzitutto non potrà più votare la fiducia ai governi in carica, mentre la sua funzione principale sarà quella di "funzione di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica", che poi sarebbero regioni e comuni. Potere di voto vero e proprio invece il Senato lo conserverà solo riforme costituzionali, leggi costituzionali, leggi sui referendum popolari, leggi elettorali degli enti locali, diritto di famiglia, matrimonio e salute e ratifiche dei trattati internazionali.

Con questo non voglio certo negare che esiste anche una crisi più vasta del sistema parlamentare, ma è inutile spostare il discorso su un piano più generalizzato, fino a quando non si fa tutto il possibile per eliminare  le incongruenze e i difetti che sono davanti agli occhi di tutti.