domenica 13 dicembre 2015

Eudaimonia, ossia, il fine naturale della vita umana














Tutti noi la bramiamo, la cerchiamo affannosamente, la riteniamo un nostro diritto, eppure la felicità sembra sfuggirci continuamente, viene e va a suo piacimento in un estenuante gioco al gatto e al topo. 

Al di là di tutte le elucubrazioni filosofiche in materia, come potremmo definire la felicità nella vita quotidiana? Se ci soffermassimo a riflettere sul suo significato, forse ci accorgeremmo che identificarla con la soddisfazione individuale di matrice egoistica, è un grave errore. Come si trattasse di un oggetto da possedere e custodire gelosamente.

A tal proposito casca a puntino la teoria dei neuroni specchio, cellule cerebrali che ci fanno reagire in modo speculare alle azioni e alle intenzioni dei nostri simili. Per cui, se tutti noi ci sforzassimo di essere meno giudici e più altruisti, si verificherebbe in breve un contagio di positività e un mondo migliore sarebbe certamente terreno fertile per il diffondersi della felicità.


La felicità è abituata a mutare pelle, adattandosi alle epoche, mimetizzandosi tra le genti: è impermanente, cambia col fluire dell’esistenza, è democratica, non conosce differenze di ceto o ricchezza. La felicità in definitiva esiste, esisterà sempre, ma per quanto ci si sforzi di descriverla, analizzarla e limitarla al nostro personale modo di intendere, non si riuscirà mai davvero a sviscerarne l’autentica natura.